
Mi sono interrogato a lungo su come avrei potuto raccontare ad un mio figlio di vent’anni ciò che rappresentò la caduta del Muro. Il Muro, senza bisogno di aggiungere una specificazione di luogo perché per noi, diventati adulti prima della sua caduta, quello di Berlino non era un muro qualsiasi, era il Muro.
Un Muro che era il simbolo di una Cortina di Ferro scesa dopo il secondo conflitto mondiale a sequestrare in un’immensa prigione decine di milioni di uomini, donne e bambini.
Un Muro che divideva il mondo in due parti, che si spiavano minacciose, ciascuna con il dito pronto a premere un bottone su cui era scritto “Guerra Atomica” o, detto altrimenti, “Apocalisse nucleare”.
Un Muro che divideva le coscienze. Allora (allora, si badi, non oggi) si doveva essere “di qua” o “di là”, anche se spesso turandosi il naso per non sentire la puzza che emanava dal cortile della propria parte. Perché sentirla, vederla e soprattutto ammetterla, avrebbe fornito un’arma in più ad un nemico che sembrava già fin troppo agguerrito.
Mi sono interrogato, dicevo. Mi sono chiesto come e se parlare di quello che accadde venti anni fa, il tempo di una generazione. Questo è un blog di racconti e finzioni, ma è pur sempre un blog, un diario virtuale e mi è parso giusto quindi andare a rileggere cosa scrissi nel mio diario di carta allora.
Occorre dire che fu un anno straordinario il 1989, uno di quegli anni che entrano nella storia perché segnano una cesura tra un “prima” ed un “dopo” e finiscono subito nei libri di storia.
I mesi precedenti erano stati segnati da grandi progressi nelle trattative tra Occidente ed Oriente e da aperture interne all’Unione Sovietica tali da far sorgere grandi speranze. Da mesi, inoltre, le persone che tentavano fuggire da quello che molti, da questa parte del Muro, si ostinavano ancora a descrivere come un paradiso in terra (ricordo chiaramente le lettere ai giornali scritte da chi, tornando dai viaggi organizzati oltre Cortina, non si rendeva conto di essere stato vittima di una colossale messinscena propagandistica), erano diventate centinaia e poi migliaia, grazie ad un primo varco aperto dall’Ungheria.
Ma pochi mesi prima avevamo assistito, impotenti, anche al massacro del sogno di libertà degli studenti cinesi sotto i cingoli dei carri armati sulla piazza di Tienanmen . Il fantasma di Budapest e quello della Primavera di Praga erano lì a ricordarci come dall’altra parte del Muro ci fosse un Potere capace di qualsiasi cosa. Sarebbe bastato un ordine del Cremlino e i carri armati dell’Armata Rossa si sarebbero nuovamente messi in marcia per sparare sugli studenti, sugli operai, sul popolo. Quel giorno però fu chiaro che l’ordine non sarebbe arrivato.
«Giornata storica» annotai. «Le autorità di Berlino Est hanno concesso l’apertura delle frontiere con l’ovest. Decine di migliaia di persone hanno attraversato il confine “per vedere le luci di Berlino Ovest” queste le loro parole. Un migliaio si sono fermati ad Ovest. Era commovente vedere migliaia di persone in fila per entrare nella parte occidentale. Sembravano avere "fame e sete" di libertà.»
Certo, non mancava chi storceva il naso, notando qualche centinaia di persone che entrava nei "decadenti" sexy shop occidentali. Probabilmente guardava questi per non vedere le decine di migliaia di mani che con ogni attrezzo iniziavano a demolire il muro.
Era un mondo che finiva. Lo si leggeva chiaramente negli occhi esterrefatti dei VoPos, i temutissimi agenti della Polizia Popolare che fino a pochi giorni prima avevano l’ordine di sparare per uccidere su chiunque tentasse di varcare il confine.
Quegli stessi agenti che nelle concitate ore di quella notte furono abbandonati senza ordini di fronte a migliaia di persone che chiedevano di passare “dall’altra parte” , anche solo per poche ore. Una marea montante che a quel punto non poteva essere più fermata. Così i VoPos avevano deciso di ragionare con l’intelligenza del cuore e non con l’ottusità della burocrazia, aprendo il confine e con esso una falla che significava il disfacimento dell’intero blocco comunista.
Un Muro che era il simbolo di una Cortina di Ferro scesa dopo il secondo conflitto mondiale a sequestrare in un’immensa prigione decine di milioni di uomini, donne e bambini.
Un Muro che divideva il mondo in due parti, che si spiavano minacciose, ciascuna con il dito pronto a premere un bottone su cui era scritto “Guerra Atomica” o, detto altrimenti, “Apocalisse nucleare”.
Un Muro che divideva le coscienze. Allora (allora, si badi, non oggi) si doveva essere “di qua” o “di là”, anche se spesso turandosi il naso per non sentire la puzza che emanava dal cortile della propria parte. Perché sentirla, vederla e soprattutto ammetterla, avrebbe fornito un’arma in più ad un nemico che sembrava già fin troppo agguerrito.
Mi sono interrogato, dicevo. Mi sono chiesto come e se parlare di quello che accadde venti anni fa, il tempo di una generazione. Questo è un blog di racconti e finzioni, ma è pur sempre un blog, un diario virtuale e mi è parso giusto quindi andare a rileggere cosa scrissi nel mio diario di carta allora.
Occorre dire che fu un anno straordinario il 1989, uno di quegli anni che entrano nella storia perché segnano una cesura tra un “prima” ed un “dopo” e finiscono subito nei libri di storia.
I mesi precedenti erano stati segnati da grandi progressi nelle trattative tra Occidente ed Oriente e da aperture interne all’Unione Sovietica tali da far sorgere grandi speranze. Da mesi, inoltre, le persone che tentavano fuggire da quello che molti, da questa parte del Muro, si ostinavano ancora a descrivere come un paradiso in terra (ricordo chiaramente le lettere ai giornali scritte da chi, tornando dai viaggi organizzati oltre Cortina, non si rendeva conto di essere stato vittima di una colossale messinscena propagandistica), erano diventate centinaia e poi migliaia, grazie ad un primo varco aperto dall’Ungheria.
Ma pochi mesi prima avevamo assistito, impotenti, anche al massacro del sogno di libertà degli studenti cinesi sotto i cingoli dei carri armati sulla piazza di Tienanmen . Il fantasma di Budapest e quello della Primavera di Praga erano lì a ricordarci come dall’altra parte del Muro ci fosse un Potere capace di qualsiasi cosa. Sarebbe bastato un ordine del Cremlino e i carri armati dell’Armata Rossa si sarebbero nuovamente messi in marcia per sparare sugli studenti, sugli operai, sul popolo. Quel giorno però fu chiaro che l’ordine non sarebbe arrivato.
«Giornata storica» annotai. «Le autorità di Berlino Est hanno concesso l’apertura delle frontiere con l’ovest. Decine di migliaia di persone hanno attraversato il confine “per vedere le luci di Berlino Ovest” queste le loro parole. Un migliaio si sono fermati ad Ovest. Era commovente vedere migliaia di persone in fila per entrare nella parte occidentale. Sembravano avere "fame e sete" di libertà.»
Certo, non mancava chi storceva il naso, notando qualche centinaia di persone che entrava nei "decadenti" sexy shop occidentali. Probabilmente guardava questi per non vedere le decine di migliaia di mani che con ogni attrezzo iniziavano a demolire il muro.
Era un mondo che finiva. Lo si leggeva chiaramente negli occhi esterrefatti dei VoPos, i temutissimi agenti della Polizia Popolare che fino a pochi giorni prima avevano l’ordine di sparare per uccidere su chiunque tentasse di varcare il confine.
Quegli stessi agenti che nelle concitate ore di quella notte furono abbandonati senza ordini di fronte a migliaia di persone che chiedevano di passare “dall’altra parte” , anche solo per poche ore. Una marea montante che a quel punto non poteva essere più fermata. Così i VoPos avevano deciso di ragionare con l’intelligenza del cuore e non con l’ottusità della burocrazia, aprendo il confine e con esso una falla che significava il disfacimento dell’intero blocco comunista.
Il senso di quell'evento fu questo. Il popolo aveva smesso di avere paura, aveva alzato la testa e aveva pacificamente reclamato la sua libertà. Quella notte essa gli era stata restituita.
Il merito di aver reso realtà quello che fino a pochi mesi prima era parso un sogno impossibile va principalmente ad un uomo, Mikhail Gorbachev.
Di lui vi parlerò domani.
Il merito di aver reso realtà quello che fino a pochi mesi prima era parso un sogno impossibile va principalmente ad un uomo, Mikhail Gorbachev.
Di lui vi parlerò domani.


